mercoledì 10 maggio 2017

A proposito dell'Omaggio ai Maestri della Permanente.DIALOGO D'ARTISTA 8-21 maggio 2017




In fondo, noi “artisti”, cos’è che facciamo, se non  scaricare sul mondo la nostra interiorità?
                                                                                                                               Mario Benedetto



A proposito dell’Omaggio ai Maestri storici della Permanente: una certa vicinanza si potrebbe trovare con l’opera Interno di G.  OSSOLA, recentemente ospitato nei nostri spazi con un’ampia retrospettiva. Essere stati allievi di Brera ambedue non incide, i nostri background sono molto differenti, (il poco spazio non rende!) ci uniscono alcune attenzioni e vicinanze tematiche, ma con finalità ed esiti assai diversi. Mi riferisco al ciclo degli Interni visti come serbatoi della memoria individuale e come luoghi della solitudine della pittura e, nell’ultima fase, come composizioni caratterizzati da atmosfere atemporali e dalla remota presenza umana. 







In successione Immagini di:
                         Giancarlo Ossola (Milano 1935 - Milano 2015) Interno,1984.Olio su tela,145 x 90.
                         Mario Benedetto (Scilla 1947) Interno,2017.Olio su tela,120 x 120.
                         Mario Benedetto, La casa diroccata,1974. Acquatinta,mm 160 x 245
                         Mario Benedetto, Requiem per una palamatara (Bozzetto),1983.Acrilico, cm 38x65














Accosto la mia opera Interno, dal ciclo della cultura contadina del Sud. Dove è raffigurata una pratica della credenza popolare tramandata da persona a persona (con una citazione di HR. Giger). Di un Sud, dove il perdurare di credenze e rituali sono interpretate come lo specchio di una società per secoli lasciata nell’isolamento dovuto a condizioni storico-sociali imposte (vedi studi e opere di L. Lombardi Satriani, E. De Martino, etc.). Ciclo che ha origini lontane, scrive, infatti, A. Ferrante nel 1972: “La partecipazione umana dell’artista, al mondo doloroso e tragico dei vinti, dei miseri, degli umili, va oltre il filantropico atteggiamento sentimentale, sottintendendo un silenzioso senso di protesta sociale” etc. E, come scrive G. Mandel (1975): “ Egli trova il soggetto in ragione di una sua intima ansia di esprimere questo tempo che passa, e come nel tempo soffrano si evolvano e si decantino le cose transitorie, i segnacoli di una materia che al tempo non è destinata a sopravvivere. Colta dal segno d’arte, la “cosa” anonima abbandonata al tempo diventa emblema”. E, ancora, D. Purificato: “ Benedetto non è il primo a portare con sé nella città delle “culture visive più avanzate”, nella Milano “europea”, come usa dirsi, il suo bagaglio di narratore meridionale, ” etc. Anche  D. Villani (1986): “Gli artisti del Sud, mostrano nelle opere, un attaccamento alla propria terra ed alla propria gente, che difficilmente riscontriamo in quelli delle altre regioni. Forse è perché nel Sud, le radici profonde del passato, affiorano più spesso e la vita offre aspetti a volte singolari e perfino drammatici, che i giovani hanno conosciuto e vissuto ed è difficile scuoterseli di dosso e liberarsene anche a chi volesse farlo, ma non lo fa, forse per una specie di solidarietà con i suoi di ieri e di oggi” etc.

lunedì 19 dicembre 2016

ARTE E MALATTIA

Arte e malattia
Pochi giorni fa, al Palazzo Serra di Cassano a Napoli, si è svolto il convegno sul rapporto tra Arte e Malattia.
Un argomento di grande attualità da vagliare alla luce delle più aggiornate conoscenze sviluppate nell’ambito delle neuroscienze. Al convegno sono stati invitati numerosi specialisti a confrontarsi sul come la malattia e la disabilità, non solo non ostacolano le attività artistiche ma, in molti casi, sono l’origine stessa di quest’ultime e svolgono una funzione di motore propulsivo.
Numerosi sono i casi che si possono elencare e di svariati campi. Schumann, ad esempio, era affetto da schizofrenia paranoide; Paganini deve il suo virtuosismo alla sua abnorme mobilità delle dita causata dalla Sindrome di Marfan; Goya, nell’ultima fase, delle sue pitture nere, causata del Saturnismo (intossicazione da piombo – stessa intossicazione diagnosticata per lo scapigliato Tranquillo Cremona, stroncato a soli 41 anni), acufeni, vertigini, disturbi della vista e la sordità che lo isolò dal mondo cambiando la sua sensibilità pittorica, gli fa produrre opere straordinarie e moderne; o come Monet e Degas, affetti da malattie oculari che ne hanno compromesso la visione “normale” e hanno mutato il loro modo di dipingere, spesso migliorandolo (tranne l’aggravamento della cataratta, come evidenziato nella foto).
Dean Simonton (studioso dell’intelligenza umana) sostiene che le creatività eccezionali, di solito, non provengono da situazioni familiari e educative di tipo protettivo. Il più delle volte sono il risultato di esperienze sfidanti che sottopongono il soggetto a rinforzare le abilità individuali e superare gli ostacoli.
La creatività in casi d’infanzie difficili, di malattie e disabilità, agisce come una potente medicina in alternativa all’emarginazione e alla depressione. Questo, naturalmente, non vuol dire che la malattia debba essere la premessa per essere artisti eccezionali.
A seguire alla lettera le conclusioni di tanti ricercatori, instancabili a passare sotto la lente, i grandi personaggi dell’arte e della storia, attentando all’attrazione che suscitano sui comuni mortali, ci disorienta non poco e non ci tranquillizza per niente.
Non molto tempo fa il neurologo australiano Noel Dan sul Journal of Clinical Neuroscience concluse che l’impressionismo di Monet, Degas e Renoir è frutto della miopia. Anche a fine Ottocento sia il critico Louis Leroy che aveva coniato il termine Impressionismo (in senso dispregiativo), sia gli altri critici, ritenevano che questi pittori avessero problemi di vista ma per denigrarli.
I difetti della vista occupano un posto di prim’ordine fra quelli riscontrati nella lista dei pittori: di Van Gogh si ritiene soffrisse di xantopsia, una distorsione nella percezione dei colori che porta a vedere il mondo con molto più giallo di quanto ce ne sia davvero. Probabilmente sviluppata perché beveva assenzio o perché i suoi disturbi di mania ed epilessia venivano curati con la digitale (come sedativo anti convulsionante). L’astigmatismo sarebbe, invece, la causa dei profili allungati di Modigliani e delle figure magre di EL Greco. ’E stato dimostrato che utilizzando degli occhiali per astigmatici le figure di questi autori rientrano nelle proporzioni normali.
John O’Shea ricercatore presso la facoltà di storia medica della Worshipful Society of Apothecaries di Londra, ha riempito le pagine di un intero libro, offrendo un quadro reale dei compositori e delle loro malattie: la sordità di Beethoven, la malattia mentale di Schumann, l’afasia di Ravel, l’insufficienza renale cronica di Mozart, ecc. Con l’intento di rintracciare i segni della genialità nelle caratteristiche fisiche ci s’imbatte su quanto l’arte sia stata influenzata dalle condizioni di salute dei suoi autori mettendo in discussione ipotesi e miti che parevano consolidati.
La storia dell’arte è piena di artisti affetti da gravi malattie mentali quali la schizofrenia oppure tormentati da nevrosi e disturbi della personalità spesso con epiloghi estremi nel suicidio. Dal grande architetto del ‘600, depresso da una cronica insonnia al famoso caso di Van Gogh, che ha saputo esprimere nei suoi capolavori l’angoscia e il mal di vivere. Sul suo caso per ipotizzare una diagnosi postuma alla luce delle esperienze cliniche più recenti, almeno 150 psichiatri hanno concluso con 30 diagnosi diverse. Per citarne solo alcune: schizofrenia, disturbo bipolare, sifilide e alcolismo.

Anche l’autore del famoso “Urlo”, Munch si ritiene fosse affetto da schizofrenia, come la sorella Laura. L’opera, rappresentazione simbolica dell’uomo contemporaneo, rivela la condizione psicotica dell’artista stesso che rivedendola affermerà: “Solo un folle poteva dipingerlo”. Il matto più popolare del ‘900, anche per via di una fiction televisiva, è stato Antonio Ligabue. Senza dimenticare uno straordinario talento di nome Tancredi, che con la diagnosi di schizofrenia paranoide finì la sua vita col suicidio. L’elenco potrebbe prosegue ancora, ma giusto per chiudere, soltanto alcuni nomi: da Jackson Pollock, ostacolato da continui problemi di alcolismo che lo tormentavano, a Jean Michel Basquiat, personalità in profondo conflitto con se stessa; da Mark Rothko che dopo una lunga depressione si uccise, a Francis Bacon che ha tradotto il disagio esistenziale nei suoi scomposti e deformati ritratti; senza tralasciare la grande Camille Claudel che ha concluso la sua vita depressa e con manie di persecuzione, internata in un manicomio.

mercoledì 23 novembre 2016

L'ERA IN CUI VIVIAMO - Tra comunicazione tecnologica e comunicazione poetica

L’ERA IN CUI VIVIAMO - Tra comunicazione tecnologica e comunicazione poetica

Viviamo nell'era della comunicazione ed è il primo comparto al mondo per investimenti, profitti e possibilità occupazionali, come recitano le tante scuole create ad hoc per gestire i nuovi scenari. Soltanto nel nostro paese ci sono più carte sim che esseri umani, i contratti telefonici mobili utilizzati sono 82,3 milioni, il 135% della popolazione residente, in dettaglio sette italiani su dieci hanno uno smartphone e le applicazioni più scaricate sono quelle che permettono di rimanere collegati al mondo. Oramai è molto difficile non restare impigliati nella “rete”. A questa particolare “visibilità” concessa dai social network alla massa di utenti, corrisponde un enorme accumulo di dati privati rivelati che ci rendono più vulnerabili.  Si è diffusa come una febbre, da chiunque verificabile, e smania di dover raccontare, rendere pubblico, ogni aspetto privato come se fosse rivelatrice d’importanti significati e nulla più resta in ombra. Il non essere in rete equivale al non esistere proprio, è inconcepibile e insopportabile restare fuori dalla rappresentazione di questa realtà fatta di successioni di flash, frammenti superficiali che non permettono una visione complessiva delle cose che viviamo. Tutto dev’essere fast che è anche la caratteristica della nostra epoca. La velocità io la lascerei ad altro, per le relazioni umane e l’arte serve, soprattutto, un coinvolgimento fisico con la libera consapevolezza di tutti i sensi, un ritmo diverso e meno virtuale. L’arte e la poesia sono ben altro dalla necessaria e semplice comunicazione. Certo non si può negare, quanto le nuove tecnologie siano utili e quanto contribuiscano a stimolare e sensibilizzare la gente al mondo dell’arte, anche se nulla potrà mai sostituire la presenza fisica con la sua aura dell’opera d’arte, unica e irripetibile nel posto in cui si trova. Prima o poi si arriverà, anche in queste latitudini, al clicca e compra (click and buy), ma andiamoci piano, che necessità c’è di affrettarsi, precipitarsi a rotta di collo. Va bene stare al passo con i tempi, comunicare, pubblicizzare, promuovere, gestire, diffondere e valorizzare, ma non facciamo assurgere l’opera virtuale a paradigma arrogante di qualificazione estetica. Restiamo umani! Quando la realtà in uno dei suoi aspetti, un certo colore, una luce particolare, un viso, una figura, un colpo di vento, un profumo, colpisce l’attenzione umana, se essa è ancora sveglia, accade che le parole entrino in tensione e non sono più come prima, quando comunichiamo normalmente.      “‘E il reale che tende a dirsi, attraverso l’emozione e le parole di qualcuno”. Tutto questo non può avvenire virtualmente. Bene inteso che nessuna preclusione a ricerca e sperimentazioni di nuovi moduli espressivi dev’essere fatta, l’innovazione va perseguita per evitare di restare fermi e “impantanati” nella tradizione. “Il compito dell’arte è quello di essere sempre diversa dal passato, di aggiornarsi. Esiste soltanto l’arte aggiornata” (da intervista a Gillo Dorfles su Panorama, ott. 2014).L’arte attinge la sua concretezza dalla vita in generale e dalla vita della cultura i cui contenuti confluiscono in essa, impregnati e fatti propri per diventare una nuova energia. L’arte non ha nulla a che fare con i tempi immediati della comunicazione, della condivisione e dell’essere in rete. Con tutto il rispetto alla genialità di Mozart e di altri grandi, la creazione artistica non è un gioco, un passatempo, non corre, al contrario ha bisogno di tempi lunghi, di riflessioni, di approfondimenti, di solitudine, di attesa e non deve essere di pochi, ma poter parlare a più persone possibili (il sistema dell’arte è un’altra storia). Creativo nell’arte è colui che rompe le regole estetiche precedentemente formulate. Soltanto utilizzando chiavi di lettura della realtà inedite ed anticipative, è possibile vedere al di là dei consueti modelli di percezione, partendo dalla curiosità e dall’intuizione e sviluppare idee nuove e invenzioni utili con un valore riconosciuto. Per tagliar corto, voglio citare questo intenso giudizio di Robert Hughes, scritto qualche anno prima della sua scomparsa nel 2012: “Ne abbiamo davvero avuto abbastanza di fast art, ora abbiamo bisogno di slow art. Abbiamo bisogno di un’arte che racchiuda in sé il tempo, così come fa un vaso con l’acqua. Un’arte che tragga origine dai modi di percezione e creazione, che con capacità e ostinazione faccia riflettere e tocchi gli animi. Un’arte che non sia sensazionale, che non lasci trapelare subito il suo messaggio, che non sia falsamente iconica, ma che penetri nel profondo delle nostre nature. In breve, un'arte che sia l’esatto opposto dei mass media”. (Mario Benedetto – da riContemporaneo n. 9)

domenica 29 maggio 2016

CONVERSAZIONI LOMBARDE
Thomas Schmidt intervista Mario Benedetto

 Mario, tu vivi e lavori a Milano, ma le tue non sono origini di questi luoghi?
 Si è così. Come tanti altri sono venuto qua per arricchire il territorio e proseguire il mio approfondimento nell’arte.
 Da dove provieni?
Provengo da Scilla, che non ha bisogno di presentazione. Due parole, però, si possono spendere: Nel suo piccolo, oltre le tante versioni delle storie mitologiche, e di alcuni personaggi illustri scillesi come Raffaele Piria, ha una sua annotazione nella vicenda artistica del secolo appena concluso. Il merito va a Renato Guttuso che insieme ai suoi amici l’ha scelta come meta privilegiata della sua ricerca: correva l’anno 1949, per questa ragione fu chiamata “la Scuola di Scilla”. Proprio recentemente, all’Università di Messina, in occasione del Convegno per celebrare quarant’anni dalla pubblicazione del romanzo di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, ritenuto dal critico George Steiner uno dei capolavori del Novecento, Sergio Palumbo ha ricordato che fra la comitiva artistica insediatesi nei quartieri dei pescatori, oltre a Mazzullo, Migneco, Omiccioli, Mirabella e Marino, vi era anche il giovane poeta originario di Alì.
Rimane traccia di questa esperienza?
A Scilla niente di pubblico, ma per Guttuso è stata una tappa fondamentale e significativa. Lo scillese Rocco Catalano è stato per il resto di tutta la sua vita, la persona di fiducia del maestro.
Torniamo alla Milano del tuo arrivo in Lombardia?
A essere sinceri, Milano è stata per me un ripiego ai programmi di allora. Sia io che mio fratello Agostino avevamo constatato che in un Sud tradito, non ci sarebbe stato spazio di libertà per noi. Lui a Milano è arrivato alcuni anni prima. Lavorava al Piccolo Teatro con la Compagnia di Giorgio Strehler, distinguendosi per talento e qualità umane. Io mi mantenevo a Londra con l’intenzione di spostarmi appena possibile in Canada. Le continue pressioni dei miei genitori, che mal sopportavano già l’uscita di casa di mio fratello maggiore, hanno modificato il mio programma, e sono rientrato in Italia, fermandomi a Milano.
Come ti sei trovato?
Definire lo scenario milanese degli anni ’70, dopo che lo hanno fatto bene in tanti, è superfluo. La politica non aveva saputo trovare risposte adeguate alla rottura generazionale che si era verificata non solo in Italia, col movimento del ’68, e in pochi anni ci siamo trovati affondati negli “anni di piombo”. Stavamo cominciando a mettere giù le nostre idee per costruire qualcosa nel nostro quartiere di Brera, chiamato, anche, degli artisti, per l’alta presenza di questi soggetti, che si è abbattuta la tragedia. Si è interrotto, prima che cominciasse il nostro duetto artistico. Agostino muore a soli ventotto anni a Milano con l’appendicite, dopo un mese di ricovero e tre interventi chirurgici massacranti. La malasanità è sempre in agguato!
Come hai affrontato questo trauma?
Preferisco non andare oltre con quest’argomento, è una ferita che segna e che non si può rimarginare.
Scusami, capisco! Parlami del tuo lavoro. C’è una tua mostra di cui vorresti parlare?
Ogni mostra ha la sua storia, la sua motivazione, il suo significato. Una, in particolare, occupa uno spazio importante nella mia esperienza artistica: Quella effettuata a Zurigo nel 1985 con 100 opere sulla civiltà contadina e marinara in Calabria e una conferenza sullo stesso argomento della mostra. Tanta partecipazione di pubblico e successo, che sarebbe stata facilmente divulgata, se non ci fosse stata, di traverso, una precedente operazione poco chiara collegata alle attività svolte nella sede della mostra (era pronto per la stampa un paginone dell’inserto domenicale del più importante quotidiano della Svizzera e l’attesa autorizzazione non arrivava, si è prolungata oltre la pazienza e il tempo dell’esposizione, facendolo saltare).
Hai fatto altre mostre in Svizzera?
Ho tenuto per diversi anni lo studio oltre il confine italiano. Dopo Zurigo ho esposto in quasi tutte le città più importanti della Svizzera perché ritenevo fosse molto utile per le comunità degli immigrati italiani poter vedere opere riferite alla loro identità, ai loro luoghi pieni di affetti e legami. Sia nella parte di lingua tedesca sia francese, la mostra era percepita dagli immigrati come una boccata di ossigeno in un ambiente piuttosto rigidamente inquadrato.
Immagino non sia stata un’impresa facile?
Adesso, di sicuro, non l’avrei più fatta. Nelle mie orecchie risuona la ripetizione lamentosa dell’amico svizzero tedesco (EINE KATASTROPHE!) che continuava a ripetere, seguendo con me tutte le vicissitudini delle operazioni doganali, al rientro in Italia, con i quadri restanti. Ho preparato, da solo senza ricorrere a un’agenzia, la documentazione, alla quale mancava sempre qualcosa, nonostante io avessi chiesto in anticipo di sapere tutto quello che serviva. Mancava sempre un altro documento d’aggiungere alla pratica. Il fatto che la Svizzera non fa parte dell’Unione Europea costituì un problema in più. Con i quadri pesati ed elencati passai dall’Ufficio Esportazione di Brera per la timbratura, con questi a Ponte Chiasso tutto a terra per il controllo alla Dogana in uscita dall’Italia, poi tutto sul mezzo di trasporto, successivamente, a Chiasso, si mette di nuovo a terra e si ricontrollano nuovamente. I tempi non li ricordo più.
Qualche aneddoto di quell’esperienza?
Quello che ancora oggi mi commuove è il ricordo di un contadino sardo che mi aveva riferito di non aver chiuso occhi per tutta la notte aspettando il giorno successivo per venire con i soldi e comprare un quadretto. Aveva il timore che qualche altro venisse prima di lui a portarglielo via. L’opera raffigurava una bellissima capra con il pelo al vento davanti al mare. Era tutto il suo mondo, il suo passato, ritrovato in una tela.
C’è stata una ricaduta nella tua regione d’origine?
Vuoi dire in Calabria? Meglio cambiare argomento! Pochi anni dopo c’è stata un’apertura da parte della Regione, avevo affidato la richiesta al Sindaco di Scilla e per un anno chiesi notizie, fiducioso, telefonando da Milano, ma non fruttò nulla. Un danno d’immagine che tanti miei colleghi non potranno “vantarsi” di elencare. Spostare tanti quadri, coprire le spese per tutto ciò che serve non è sempre cosa facile! Il ricordo dell’Antologica di Lecce è ancora vivo.
Andiamo all’oggi. Recentemente hai intitolato una tua personale, Un idea di Ritratto. Ce ne vorresti parlare?
‘E stata un’ottima occasione milanese perché lo spazio, a due passi dal Duomo, si adattava bene a una mostra tematica. E quale miglior tema del Ritratto di personaggi famosi, che sono stati molto apprezzati dai visitatori italiani e stranieri.
Potresti descriverci meglio questi ritratti?
I vari personaggi rappresentati sono stati realizzati con minimi interventi pittorici su vari frammenti cartacei assemblati apparentemente in maniera libera ma, a un’attenta analisi, oculatamente collocati per ricavarne originali elaborazioni espressive. Scrittura, forma e colore legati insieme nell’unità dell’immagine. Frammenti che non assumono una scontata e semplice funzione cromatica, ma hanno pretese intellettuali che spingono a sollevare e a intrecciare collegamenti ad altre discipline, così care alla contemporaneità. ‘E un altro modo del mio fare che pratico dagli anni ’90 e che ho chiamato Accept-Painting.
Come vedi la situazione artistica attuale?
Ti dirò è sempre stato difficile parlare d’arte, a maggior ragione oggi, in questo momento storico in cui questo mondo meraviglioso è diventato più complesso e intricato.
In che senso?
Nel senso che, in questi anni recenti, i ruoli importanti che, nel bene e nel male, sostenevano il tradizionale funzionamento del sistema dell’arte, sono diventati sempre meno rispondenti alle necessità e sono subentrate altre figure professionali differenti, con ruoli specifici, emersi dal mondo dell’economia e della finanza. In particolar modo per quanto riguarda il mercato dell’arte.
Vuoi dire che c’è stato un forte intervento della finanza?
D’altronde era inevitabile. Se il mondo dell’arte è il riflesso del mondo reale con i suoi valori corrispondenti a una certa epoca storica, per analogia ai “titoli tossici” di oggi corrispondono “ prodotti tossici”. Quando il nostro Occidente ha assunto, con la così detta ”economia di carta”, il danaro come “unico generatore simbolico di tutti i valori”, e l’arte si stacca dalla dimensione del vissuto e dai problemi delle persone, succede che risponda solamente a una spudorata oligarchia finanziaria, che con mirate strategie della persuasione pubblicitaria, monopolizza, inquina le menti e il mercato globale con i “prodotti tossici” dei pochi soliti nomi.
Questo non ha a che fare con l’arte vera?
Certo che no. D’altra parte il settore dell’arte è l’unico mercato al mondo senza regole, in forte crescita, dopo quello della droga e della prostituzione. L’investimento in arte è il meno tracciabile, il meno tassabile, il più adatto a riciclare danaro, il più azzardato, ma anche quello con qualche minima possibilità di decuplicare l’investimento effettuato. Tutto questo mentre ogni giorno viene confermato quanto la creatività e l’arte siano importanti da tante prestigiose istituzioni sparse nel mondo: L’arte fa bene – guardando un quadro, l’umore migliora – il bello provoca emozioni che possono risultare più efficaci dei farmaci, e via di questo passo. Anche il museo non dovrebbe essere utilizzato semplicemente come memoria del passato e dovrebbe essere, invece, sempre più luogo, dove presentare opere contemporanee che dialogano criticamente con l’arte e la società e sul nostro modo di vedere il mondo con visioni alternative.
E nel nostro paese cosa succede?
Oramai viviamo in un mondo globalizzato. In Italia abbiamo ereditato questa grande ricchezza che è la nostra memoria e identità, testimoniata dal vasto patrimonio artistico esistente ad ogni passo nelle nostre città e sparso in tutto il territorio nazionale. E per prendere coscienza cosa facciamo? Riduciamo o facciamo sparire le ore di Storia dell’Arte dalle scuole e deprimiamo il sistema della tutela. Lo stato è incapace a dare il giusto valore al nostro Patrimonio. Senza considerare decenni e decenni di trasmissioni spazzatura e d’intrattenimento che devitalizzano i cervelli e che hanno fatto perdere il senso della cultura come fondamentale valore identitario civile e politico.
In questo scenario gli artisti come si pongono?
Oggi gli artisti sono sempre più soggetti culturali, intellettuali eruditi indispensabili alla società. ‘E un ruolo difficile d’attivare perché è condizionato dal mercato, nei confronti del quale risultano piuttosto indifesi. Potranno avere un vasto pubblico soltanto se rientrano nelle grazie di chi ha il potere che gli permette di essere inserito nelle manifestazioni che contano. Diversamente, da isolato, per la sopravvivenza, se cerca d’agganciare pubblico, è emarginato. Non è così, sia per chi ha tanti soldi o qualcuno alle spalle che lo sostiene e sia per chi ha una sua autonomia da lavoro e, non essendo condizionato da nessun genere d’impiccio, potrà affrontare liberamente la propria avventura infischiandosi del sistema esistente bello o brutto che sia. L’artista serio non lavora per il successo. Quando la società non lo apprezza, chi ci perde sarà sempre quest’ultima.
Quest’ultima considerazione sembra calzare a pennello con la tua posizione. Ti ringraziamo e, a presto.

La corsa sfrenata al successo non coincide, quasi mai, con la realizzazione di se stessi, cui ognuno dovrebbe aspirare in tutta onestà, escludendo le tentazioni di modelli sociali imposti dall’esterno. In conclusione, anche nell’arte, come per la scienza, mi riferisco alla deriva genetica, esistono esperienze che in determinate condizioni possono costituire una spinta generativa come pure no. ‘E una consapevolezza da non ignorare.